Taki ~ Roma


Food experience gentilmente condivisa da Gianluca D’Amelio
Servizio fotografico di Andrea Di Lorenzo

L’ambiente è molto accogliente e rilassante, con le luci soffuse che aiutano a distendersi per lasciarsi andare in un’esperienza che non si limita solo al piacere del palato, ma che coinvolge anche tutti gli altri sensi, tatto e udito compresi.

Il personale è sempre sorridente e si capisce sin da subito che la cortesia è un elemento che in questo ristorante non viene assolutamente trascurato. L’arredamento è moderno, tutto tendente al nero, e il locale è disposto su due piani collegati da una bellissima scala a vetro; ogni tavolo è illuminato da un faretto o da una piccola lampada, e nel piano inferiore c’è una fontana con la roccia che riproduce una cascata.

Questo è l’ambiente che si presenta a chi entra al Taki, il ristorante giapponese situato nel quartiere Prati, in una delle zone più belle di Roma. Dentro questo locale però ci si dimentica di essere al centro della capitale, perché si è subito proiettati in una dimensione esotica.

Cominciamo a sgomberare il campo dai pregiudizi che attanagliano molti: la cucina giapponese non è solo sushi, e non è solo pesce crudo. Le pietanze tipiche di quest’angolo dell’estremo oriente variano dal pesce, alla carne, alle uova, ai formaggi, alle verdure. E il Taki, che ha aperto nell’estate del 2008 ed è guidato dalla titolare Yukari, è uno di quei ristoranti che rappresentano fedelmente la cultura gastronomica nipponica.

La Food Experience che ho provato in questo ristorante è stata di altissimo livello, e la vado subito a raccontare. Prima di iniziare la degustazione ci è stato offerto un assaggio di benvenuto composto da salmone scottato in salsa teriyaki (una soia aromatizzata), che ha anticipato un usuzukuri di spigola, accompagnato da una salsa ponzu agrumata, con erba cipollina. Con il termine usuzukuri si indica un determinato taglio di pesce, talmente fino da risultare quasi trasparente. La seconda portata è stata un salmone sfilettato con salsa shiragiku, un aceto di riso giapponese.

Un piccolo intervallo di carne ha interrotto momentaneamente la serie di piatti a base di pesce: degli spiedini di pollo, chiamati yakitori, saltati con la teriya, che è una salsa a base dell’onnipresente soia, preparata con zucchero e sakè. Dopo di che è arrivato il momento della tempura, un piatto di pesce e verdure impastellati e fritti separatamente.

Una vera delizia, che ha preparato lo stomaco a una serie interminabile di sushi: il nigirizushi, che è una polpettina di riso sushi con una punta di wasabi ed una fettina sottile di pesce avvolta sopra; l’uramaki, una polpetta cilindrica fatta con il riso all’esterno ed il nori all’interno (che è la classica alga scura della cucina giapponese); l’hosomaki, che è una polpettina cilindrica con il nori all’esterno, generalmente spessa circa due centimetri e larga due. Tutti questi tipi di sushi erano guarniti con vari pesci: gamberi, tonno, pesce spada, spigola, salmone e altri ancora.

La stoccata finale ci è stata infine inflitta dal dessert, composto da dolcetti di farina di riso farciti con l’anko, una marmellata a base di fagioli rossi giapponesi. Insomma, un ristorante da consigliare sia a chi ama la cucina giapponese che a chi ci si avvicina per la prima volta, perché saranno simpaticamente e pazientemente guidati dallo staff del ristorante. Sempre con il sorriso sulle labbra.

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Officina di Cucina ~ Genova


Food experience gentilmente condivisa da Papille Clandestine
Servizio fotografico di Simone Lezzi

Nel cuore della Genova degli uffici, a due passi dalla tonda piazza Colombo, il 25 luglio 2011 Chiara Malavetas e Claudia Muntoni hanno aperto la loro “Officina di Cucina.” Un luogo candido, dall’anima provenzale negli arredi, concepito come “buona sosta” per le pause pranzo. Solo che la storia ha un brutto scarto. Il 4 novembre scorso Genova è colpita dall’alluvione, e anche l’Officina di Cucina non ne è risparmiata. Un metro di fango affoga il locale e le sue apparecchiature. Con l’aiuto dei ragazzi che in quei giorni hanno ripulito la città, e grazie alla mobilitazione della rete, in soli 25 giorni l’Officina di cucina riapre. Con lo stesso spirito di prima.

Diciamolo subito: chi vuole fare una pausa pranzo curata, è nel posto giusto. I tempi del servizio sono dosati, la proposta bilanciata, il gusto rispettato. Senza tralasciare la cura per i particolari: se i tavoli presentano la consueta tovaglietta di carta, le posate, i piatti e i bicchieri sono invece particolari, piuttosto eleganti. Il locale è suddiviso in due sale: quella d’ingresso, più ampia e luminosa, è caratterizzata dalla libreria, ma soprattutto dal bancone e dalla vetrina dove fanno bella mostra le proposte del giorno. D’estate, poi, si può godere di un gradevole dehors dove trovano spazio quattro tavoli.
Ogni giorno, il menu cambia, ma è sempre specchio di una “cucina del mondo,” che mescola Liguria a tanta Grecia (patria del papà di Chiara, che firma la cucina), senza dimenticarsi influssi arabi. I piatti, ben presentati, sono pensati proprio per la pausa pranzo. Spazio dunque a diversi piatti unici, tendenzialmente leggeri, ma sempre gustosi.

Dalla Grecia arriva, ad esempio, la moussaka, preparata con melanzane e carne macinata, arricchita nel gusto da un nonnulla di cannella, che aumenta la complessità di sapori. Ma non sono da meno gli straccetti di pollo e verdure, accompagnati da riso pilaf, leggermente piccanti. Mentre il polpo con patate, piatto d’impronta ligure, è di una morbidezza unica, e il segreto sta nella lunga cottura a bassa temperatura. Dal medioriente, invece, arriva il cous cous di verdure, ricco, esemplare.

Curati anche i dolci: la cheese cake, con la sua bella base di speculoos (i biscotti speziati alla cannella, garofano, noce moscata…), rimane morbida, e la capresina, accompagnata da salsa alla vaniglia, è un bell’assaggio. Ma se si vuole rimanere in Grecia, è da non perdere lo yogurt greco (che, assieme ad altre materie prime, arriva direttamente dalla terra di Aristotele) con miele e noci, dove all’acidità dello yogurt fa da contrappunto la dolcezza del miele.
Anche i vini, bianchi e rossi, serviti al calice, sono greci.

Officina di Cucina è aperta dal lunedì a venerdì a pranzo. Per un piatto unico più dolce e caffè la spesa si aggira attorno ai €15. La sera e nei weekend può aprire su prenotazione (minimo 10 persone). La proposta non cambia: cene greche o di pesce, a menu fisso (circa €25). E la curiosità di assaggiare la cucina di Chiara nei tempi dilatati di una cena conviviale è forte.

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Caffetteria Ristorazione Il Pero ~ Roma


Food experience gentilmente condivisa da Laura Borioni
Servizio fotografico di Alberto Blasetti

Entro nel blu dipinto di blu della Pasticceria Il Pero, oggi che è un plumbeo giovedi mattina di primavera, lasciando fuori una pioggia abbondante. Dello stesso colore blu è una lussuosa “berlina” del caffè tirata a lucido, attorno a cui si muovono agili e svelti come giocolieri, degli eleganti giovani sorridenti.

Mai assunto è stato più opportuno di quello che ora, a mente fredda, traggo dal racconto La Bottega Del Caffè di Carlo Goldoni del 1750: “La gola è un vizio che non finisce mai e… cresce sempre quanto più l’uomo invecchia.” Se timidamente all’inizio accetto solo un innocuo caffè schiumato che con piccole lentiggini di cacao mi sorride malizioso lasciandomi estasiata, inesorabilmente mi tramortisce il profumo di vaniglia così, una colazione consumata appena sveglia che, povera ingenua, avrebbe dovuto fungere da onorabile deterrente, viene ignorata dagli occhi che vagano ormai fuori controllo, tra i colori dorati e mielati di un tappeto di cornetti, sfogliate, crostatine, trecce ungheresi laccate di glassa e ancora biscotti alle mele cotogne, tortine della nonna e poi i fagottini al cioccolato o alle mele, veneziane all’uvetta e la piccola pasticceria da tè.

L’acme di questa deliziosa tortura lo raggiungo con lo strudel, ricetta originale tirolese; cannella, frutta secca e mele avvolti da una pasta fragrante e non troppo dolce mi si dileguano in bocca consolando l’ormai innegabile verità dichiarata dalle mie peccaminose papille gustative: sto invecchiando.

Questo è giusto il buongiorno della famiglia Serpietri: Michele e Rita, la mamma, gli inconsapevoli corruttori della mia assuefatta coscienza golosa, mi accolgono così e mi fanno accomodare su una delle tante comode sedie imbottite, di gusto nouveau, nella sala. Qui ascolto una storia.
Adelmo, marito di Rita, è cresciuto nei bar: ne avevano uno anche i suoi genitori. Ma lui va oltre: da autodidatta, cura tutta la pasticceria svegliandosi prima dell’alba per impastare, cuocere, farcire, guarnire: un talento indubbiamente. E sempre lui ha insegnato ai suoi figli, Enrico e Michele, a mimetizzarsi con tutto lo staff del bancone, Massimo, Stefano e Manuele; stessa divisa con gilet di gessato grigio, pantalone scuro, camicie bianche stirate e inamidate e cravatta blu (rigorosamente), bel sorriso, puntualità e professionalità e rispetto delle regole uguali per tutti, com’è nella migliore tradizione delle piccole imprese italiane a conduzione familiare.

I Serpietri hanno rilevato Il Pero undici anni fa eppure, complice il gusto primi ‘900 dell’arredamento, il continuo flusso di persone e il sereno indugiare di chi gusta indisturbato una colazione seduto al tavolo, fanno pensare ad una conduzione più longeva e ben radicata su Viale Regina Margherita al n. 200/A: qui nulla è lasciato al caso ed ogni scelta è frutto della conoscenza di un mestiere che non si improvvisa perchè a contatto con un tessuto urbano, di passaggio o abituale, esigente.

Michele mi spiega ancora che il pranzo, curato da Rodolfo, cuoco anche della precedente gestione che ha carta bianca da almeno sedici anni e dall’aiuto cuoco Mattia, funziona con dieci-dodici primi piatti su venti a rotazione dettata anche dalla stagione così pasta e ceci, pasta e fagioli, zuppa di porro e piselli o di verdure dell’inverno, lasciano il posto alle paste fredde ed alle insalate di cereali estive.
Otto, nove secondi su trenta a rotazione anche per la carne, acquistata nella stessa macelleria di Piazza delle Province, a cui la sua famiglia si rivolge anche per la spesa di casa, e per il pesce con tranci di salmone, filetti di merluzzo e seppie sempre freschi. Frutta e verdura arrivano ogni giorno dal mercato di Via Catania.

Tintinnano bicchieri, piattini, tazze e cucchiaini, non una pausa in questo lembo di Capitale che accoglie la propria clientela con la stessa smagliante ospitalità sino all’ora dell’aperitivo. Michele torna dagli altri, la pausa è finita e hanno bisogno di lui.
Lascio il blu e fuori non piove più.
Torno alle sue parole, pronunciate poco prima di salutarmi con una timidezza gentile ma forte “vorremmo che Il Pero diventasse un’istituzione,” ebbene questa storia che continua in questo angolo del quartiere Parioli, per me un’istituzione lo è già.

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Enoteca Armonia ~ Noventa Padovana (Padova)


Food experience gentilmente condivisa da Monica Cesarato
Servizio fotografico di Lorenzo Rui

Definire l’Enoteca Armonia solo come un semplice Wine Bar è veramente sminuire il sogno che Riccardo e Stefania, i proprietari, hanno finalmente raggiunto, ossia quello di creare un’oasi di relax e tranquillità, un luogo dove ci si può recare per assaporare del buon vino, gustare dell’eccellente carne cotta sulla pietra lavica e ascoltare della bella musica jazz.
Situato a Noventa Padovana, il locale è aperto da pochi mesi, ma sta già riscuotendo molto successo tra gli avventori locali e non, e questo è dato semplicemente dallo stile molto originale, sofisticato e studiato che i due giovani proprietari hanno scelto.
L’Enoteca si trova in un edificio nuovo di zecca e dispone di un ampio parcheggio ed è facilmente raggiungibile dalla Riviera del Brenta.

All’arrivo ci colpisce l’esposizione della vetrina: ricercata, pulita, elegante, ricca di prodotti tipici italiani senza però esserne zeppa. Una delizia per gli occhi. E quando entriamo la sensazione di eleganza e sofisticatezza continua, grazie al bianco e al viola che primeggiano sui tavoli e sulle pareti: i display sono tutti molto puliti e moderni.

Entriamo e veniamo subito accolte con un sorriso da Stefania, che con molto orgoglio ci illustra i vari prodotti che l’enoteca (si potrebbe anche definirla Eno-gastro Boutique) offre ai suoi clienti: da pregiati vini sapientemente ed elegantemente esposti (vini rossi, vini bianchi, vini rosati, passiti, spumanti, champagne, liquori nazionali e internazionali,) a sfiziose ed esotiche barre di cioccolato al sale dolce di Cervia dei Maestri Cioccolatieri Gardini, da originali e ricercate bottiglie di olio extra vergine di oliva rigorosamente prodotto in Italia alle confezioni più tradizionali di pasta artigianale regionale. In più marmellate, aceti balsamici, etc. Stefania tende a sottolineare che sia lei che Riccardo sono sempre alla ricerca di prodotti genuini, provenienti da piccole aziende nazionali. E l’esposizione ne è la dimostrazione.

Riccardo ci raggiunge e ci fa accomodare in uno dei tavoli che il locale ha a disposizione (ci sono solo 18 posti a sedere, la prenotazione è quindi assolutamente indispensabile). Ci spiega subito che non essendo un ristorante, ma bensì un luogo di degustazione, il menu è molto semplice, ma questo non ci preoccupa, siamo ben consapevoli che qui è il vino che la fa da padrone.

Ci affidiamo alle mani abili ed esperte di Riccardo, che ci delizia subito con una antipasto veloce: fettine di speck del Trentino con aceto balsamico, crostino con prosciutto del Sauris, speck d’anatra, e foglie di radicchio di Castelfranco con una salsina allo yogurt. Delicatissimo, servito con un freschissimo di Barone Pizzini Franciacorta in calici tutti personalizzati con il logo dell’enoteca, altro tocco degno di nota.

E poi passiamo alla specialità che distingue questo locale da tutte le altre enoteche della zona: la carne con cottura su pietra lavica. Fanno la loro entrata due raffinati fornelli in pietra ollare lavica (in questo caso Etnea) con base di legno che saranno a nostra disposizione per la cottura della carne. Stefania ci porta la nostra già tagliata – ma a richiesta il filetto può arrivare anche intero – con aromatiche patate arrosto. La carne proposta è la Granda Piemontese, razza bovina autoctona prodotta nel cuneense. L’altra carne proposta qui è la Mora romagnola, tipico suino allevato in Romagna.

La carne è bellissima: rosea, morbida, quasi assente di grasso. Ci dilettiamo a cuocere piccoli bocconi di carne e a provarne diverse cotture a secondo del gusto. La pietra ollare è una particolare pietra vulcanica che ha la proprietà di mantenere il calore per lungo tempo dopo essere stata scaldata in forno o su un fornello. La cottura di carne, pesce o verdure in questa maniera è strepitosa, esalta il sapore naturale del prodotto, offrendo un gusto difficilmente paragonabile. Inoltre il metodo naturale è molto salutare, in quanto non serve alcun tipo di condimento.

Riccardo ci porta comunque tre deliziose salse da abbinare, tutte di sua invenzione: la Lavica (piccantissima, al curry), la MOU (maionese, aceto balsamico e semi di papavero) e la NON BACIARMI (maionese, aglio e erbette). Tutte buonissime.
Degno di nota è inoltre l’aceto balsamico rigorosamente di Modena, che accompagna tutta la food experience, sicuramente il più buono che io abbia mai assaggiato.

Completamente sazie, cullate da musica Jazz in sottofondo, ci gustiamo poi dei biscottini e delle mandorle zuccherate fatte in casa da Stefania, e alcuni cioccolatini tra quelli in offerta nell’enoteca: al sale dolce di Cervia, al vino e al torrone morbido. Strepitosi!

Non esitate a chiedere a Riccardo e Stefania suggerimenti per la scelta del vino: saranno più che contenti di aiutare, soprattutto i meno esperti, vista la loro più che evidente preparazione e passione. Decisamente un’esperienza culinaria da provare almeno una volta nella vita!

Tutto il servizio fotografico Enoteca Armonia

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Colony ~ Roma


Food experience gentilmente condivisa da Maurizio La Rocca
Servizio fotografico di Giulio Riotta

La giraffa che ci guarda dall’altro lato della strada ci da già un simpatico benvenuto all’arrivo in questo Hotel con ristorante e ci preannuncia l’ambientazione che troveremo anche all’interno. La titolare Giovanna impegnata alla reception tra ospiti e telefonate, gestisce tutti con grande cortesia e professionalità e appena trova un momento di pausa accoglie anche noi con calore e ci fa guidare dal personale fino al nostro tavolo.

L’arredamento, tutto giocato su toni etnici/coloniali (ed ecco quindi svelato anche il perché del nome della struttura) tra mogano e bambù, si replica anche nell’ambiente dedicato ai pasti.

L’offerta gastronomica è adatta ad un pubblico alquanto vario (ed infatti al momento nell’albergo sono presenti molti ospiti di diverse provenienze): è così possibile scegliere tra primi piatti di impronta regionale (come la cacio e pepe, la carbonara o l’amatriciana), oppure una tagliata di manzo all’aceto balsamico, ma anche optare per un più internazionale hamburger o un hotdog accompagnati dalle immancabili french fries.

O anche farsi tentare, come nel nostro caso, da un antipasto a base di pomodoro, mozzarella e prosciutto crudo seguito da un sontuoso scorfano preparato a puntino all’acqua pazza, in una così gustosa zuppetta di frutti di mare e gamberi da meritare la scarpetta finale.

Una insolita quanto benvenuta bottiglia di buone bollicine (Monsupello milles. 2003, selezione “Acquolina Hostaria,” il vicinissimo ristorante gourmet guidato dal bravo Giulio Terrinoni) ci accompagna più che degnamente durante il nostro pasto dai sapori sapidi e marini. In cantina selezione di discrete etichette tutte nazionali da scegliere tra bianchi, rossi e qualche prosecco.

Per il dessert la proposta è classica: panna cotta, creme bruleé, tortino al cioccolato, e qualche altro dolce tradizionale. Ben fatto e non banale il tortino sul quale ci siamo orientati noi.

Piacevolissima la conversazione finale con lo chef di origine partenopea, con il quale ci soffermiamo su pasta, pastifici e tradizioni gragnanesi: Gragnano è infatti uno dei luoghi storici italiani di produzione, da dove il nostro, e altri cuochi e consumatori attenti ed esigenti, attingono ad ottimi prodotti da preparare in mille varianti. E così quei paccheri giganti che abbiamo modo di vedere (e toccare!) prima del nostro saluto, paccheri dalla “rugosità” encomiabile, mi rimarranno a lungo nella mente, tanto da presentarmisi in sogno quella notte, preparati in una versione con ragù di spigola e pachino da far venire di nuovo l’acquolina.

Tutto il servizio fotografico Colony

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