Cibo e Cultura: Mangiare da morire (sul grande schermo)

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Riprende, dopo un breve intervallo, la rubrica Cibo e Cultura curata dalla nostra Veronica Adriani. Oggi, all’alba dell’assegnazione delle prestigiose Palme d’Oro al Festival di Cannes, si parla di cinema.

Quando si parla del connubio tra cibo e morte, il pensiero corre immediatamente a La grande bouffeLa grande abbuffata, il film di Marco Ferreri che nel 1973 sconvolse le platee di Francia e Italia attirandosi contro impietose censure e commenti al veleno per l’impatto delle scene e la crudezza dei contenuti. Un film, questo, che – a dispetto dell’iniziale disappunto dei benpensanti- è passato comunque alla storia, entrando nel cuore degli spettatori e dei critici, che, finalmente, dopo anni l’hanno compreso. La grande abbuffata è una feroce critica al consumismo e alla società moderna, alla noia del vivere e alla conseguente difficoltà di considerare persino i bisogni umani – il cibo, il sesso – come normali, al punto di dover oltrepassare i limiti per trovarvi ancora piacere.

La trama – nota ai più – è estremamente semplice. I quattro protagonisti, delusi dalla vita o semplicemente annoiati, decidono di riunirsi in un casale con lo scopo di cucinare e mangiare fino alla morte, trascorrendo così, insieme, i loro ultimi giorni. La cucina dei piatti è affidata ad uno straordinario Ugo Tognazzi, tanto cuoco appassionato nella vita quanto credibile chef professionista nel film, mentre, al fianco dei morituri, resta fino al termine della pellicola una formosa figura femminile che li assiste e li aiuta a portare a termine la loro opera.

Se si pensa che sono un viatico per la morte, la bellezza dei piatti e la cura nella scelta degli ingredienti e nella loro preparazione è straniante. Ma non è solo l’eleganza di una cucina raffinata che viene irrisa da Ferreri: è l’intero sistema di valori che ciascun personaggio incarna con la sua professione – giudice uno, pilota un altro, artisti uno della cucina, l’altro della televisione gli ultimi due – ad essere sbeffeggiato e ridotto al nulla, distrutto sotto il peso della noia e dell’apatia.

A distanza siderale da La grande bouffe, sia per il tenore del film sia per lo humour che da sempre li contraddistingue, sono i geniali Monty Python di The meaning of lifeIl senso della vita. Protagonista di una delle sette parti di cui il film si compone, è Mr. Creosote, ricco e grasso signore totalmente privo (almeno a tavola) del senso della misura. I camerieri, che lo conoscono bene, essendo un cliente abituale del ristorante francese in cui lavorano, lo dotano di un personale secchio in cui poter riversare il prodotto finale delle sue abbuffate, mentre gli portano da mangiare prelibatezze gastronomiche di prim’ordine.

Tra il disgusto dei clienti e l’umiliazione dei camerieri, costretti a subire passivamente gli exploit gastrointestinali del protagonista, il pranzo termina con l’ultima pietanza di un pasto luculliano: una mentina. È questa, suggerita dal cameriere al termine del pasto ad un riluttante Creosote, a provocare l’ultima, letale esplosione: quella totale. Quando si dice mangiare fino a scoppiare, insomma.

A quest’ultima nefasta conseguenza va vicino anche Nino Manfredi, ne La mazzetta di Sergio Corbucci. Gli amanti del pesce sono avvisati: il film contiene una scena piuttosto cruda in cui il protagonista viene torturato a suon di spaghetti al nero di seppia. Per convincerlo a collaborare, il boss Don Nicola Casali costringe il protagonista, Sasà, a trangugiare sotto gli occhi suoi e dei suoi scagnozzi un intero vassoio di “spaghetti coi polipi affogati come comanda Iddio”. Per chi non conoscesse l’esistenza delle sevizie gastronomiche, insomma, ecco che il 1978 fornisce uno spunto di riflessione piuttosto peculiare.

Sono passati dunque i tempi degli assaggiatori di corte, che mettevano la loro vita a repentaglio per testare gli eventuali bocconi avvelenati del loro sovrano: sul grande schermo, ormai, di cibo si muore solo quando si mangia troppo, o troppo male, come nel caso del junk food.

Ma questa è un’altra storia. E il tema della rubrica della prossima settimana.

 

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Veronica Adriani

Sono Veronica: linguista di formazione, blogger per passione, cuoca per gli amici. Ho scritto il mio primo racconto all'età di quattro anni, cucinato il mio primo piatto di pasta a undici e poco prima dei trenta sono apparsa su queste pagine. Per raccontare, sì, ma anche per trarre spunti per qualche nuovo esperimento culinario. Buon Cibando!